Gioco d’azzardo – Oggi è una pericolosa industria della fragilità

di Franco Zaffini

Sebbene “l’attività giocosa di manipolazione di elementi aleatori”, che vanno dai numeri ai simboli, rappresenti
una tradizione verso la quale l’uomo è da sempre propenso anche in virtù di retaggi, mai completamente abbandonati, del pensiero “magico-onnipotente”, oggi il gioco d’azzardo definito lecito ha piuttosto assunto i connotati di una pericolosa “industria della fragilità” che vede protagonisti da una parte uno Stato “biscazziere” ingordo e alla ricerca di sempre nuovi prelievi finanziari e dall’altra circa il 3% della popolazione, ovvero un milione e mezzo di giocatori compulsivi, i quali, incanalando frustrazioni, si impoveriscono, compromettono i rapporti familiari, sociali e professionali e sviluppano spesso gravi dipendenze correlate, da droghe o da alcool.
Per questo ho fortemente sostenuto, anche mediante la presentazione di un apposito disegno di legge, l’approvazione delle “Norme per la prevenzione, il contrasto e la riduzione del rischio della dipendenza da gioco d’azzardo patologico”, -di cui sarò relatore unico in Aula-, che rappresenta senz’altro un momento di sensibilizzazione ed un importante passo in avanti per contrastare un fenomeno in costante crescita che si aggrava in coincidenza dell’acuirsi della crisi economica e valoriale; secondo i dati dell’Agenzia della Sanità, infatti, giocano il 66% dei disoccupati ed il 47% degli indigenti, più una cospicua percentuale di pensionati. Questo è certamente un ulteriore elemento di preoccupazione, anche in considerazione dei pesanti costi sociali e sanitari del gioco patologico che secondo le stime oscillano tra i 3,5 e i 4,6 miliardi di euro annui (vale a dire un quarto del gettito dell’Imu), esternalità negative sopportate interamente dal sistema socio-sanitario regionale e dalle famiglie a causa della mancata previsione di misure fiscali e compensative a carico dell’industria dei giochi nel suo complesso, la quinta in Italia dopo Fiat, Telecom, Enel, Ifim.
Ritengo tuttavia che le Regioni saranno impossibilitate ad affrontare a monte il fenomeno della ludopatia, se non in un’ottica di riduzione del danno, fin quando continueranno a crescere come funghi, senza controllo e monitoraggio, i locali, i bar, le sale giochi, le tabaccherie, i mini casinò nei centri commerciali che in linea con i tempi, si sono dotati di slot machine e videopoker. Per non parlare del gioco on line (poker e roulette) e del moltiplicarsi di opzioni e occasioni di gioco che, nonostante l’invito al “gioco responsabile”, sono pensate invece per generare ancor più frequenti giocate con la promessa di “cambiarti la vita”.
Per anni, in qualità di presidente dell’Anit (Associazione nazionale per l’incremento del turismo) sono stato sostenitore della necessità di realizzare una “casa da gioco” in ogni Regione italiana, anche guidando il comitato promotore del casinò di Spoleto, proprio con l’obiettivo di garantire il controllo delle attività e quindi prevenire le potenziali deviazioni, e destinare i ricavi allo sviluppo locale. Poi, mi sono arreso di fronte all’evidenza che lo Stato italiano preferiva fare “tutto mio” puntando sul gioco nelle sale bingo, nei bar, nelle tabaccherie, cedendo all’esigenza di fare cassa, ma addossando alle Regioni i costi sociali e sanitari delle conseguenze del gioco patologico.
“Bisca-Italia”, dunque, oggi reca una problematica complessa, quella del gioco patologico e delle nuove fragilità sociali, che si intreccia con quella delle altre dipendenze, avendo quale comune matrice la funzione compensatoria del malessere della vita e lo sfumare dei confini tra ciò che è bene e ciò che non lo è, tra ciò che è reale e ciò che non lo è.
Pessimo messaggio culturale, a mio avviso, perché un’economia orientata a darci quello che vogliamo (sogno ed evasione), si scopre non essere la migliore per fornirci ciò di cui abbiamo bisogno (sicurezza e responsabilità). Nemmeno la crisi ha corretto la tendenza, anzi…

giocod'azzardo

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