La partecipazione azionaria dei lavoratori

di Franco Zaffini

Da qualche tempo, con l’annuncio dell’apertura del capitale di Poste Italiane al mercato privato, per la prima volta si apre all’idea di destinare gratuitamente ai lavoratori quote azionarie che, di conseguenza, parteciperanno agli utili dell’impresa e potranno esprimere una rappresentanza nel futuro Consiglio di Amministrazione.

Si tratta, a mio parere, di una sicura evoluzione culturale, sindacale e politica, nonché del riconoscimento, seppur tardivo, della lungimiranza dell’UGL “sindacato di destra” che già sessant’anni fa, unica voce fuori dal coro, fece della corresponsabilità di lavoratori e imprenditori uno dei punti cardine della propria politica.
Sebbene la nostra Costituzione all’art 46 sancisca che “ai fini della elevazione economica e sociale del lavoro e in armonia con le esigenze della produzione, la Repubblica riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare, nei modi e nei limiti stabiliti dalle leggi, alla gestione delle aziende”, in Italia il tema della partecipazione dei lavoratori, storicamente caldeggiato dalla CISNAL prima e dalla UGL poi, non è mai stato affrontato davvero, anzi fortemente osteggiato da parte dei sindacati maggioritari e dalla CGIL che dalla “spinta alla lotta di classe” traeva consensi e proselitismi. La visione antagonista dei rapporti tra capitale e lavoro, che ha prevalso per mezzo secolo nella cultura italiana delle relazioni industriali, ha in questo modo frenato le pratiche di coinvolgimento dei lavoratori nella gestione d’impresa, contrastando al contempo lo sviluppo di qualsiasi esperienza di organizzazione aziendale che in qualche modo presupponesse (o si proponesse di promuovere) una visione comunitaria dell’impresa, o comunque l’accettazione dell’esistenza di un interesse condiviso tra lavoratori e imprenditore.
Attualmente l’evidenza empirica impone, invece, la revisione delle “strutture di contributi e ricompense” spingendo verso nuovi modelli di governance e di co-gestione, soprattutto nei settori in cui il capitale umano è predominante e i dipendenti incidono direttamente, e in modo quantificabile, sulla qualità e sull’entità del fatturato aziendale. La relazione tra coinvolgimento dei dipendenti e produttività è, infatti, innegabilmente diretta e proporzionale, tant’é che gli stessi storici detrattori dell’argomento, come la CiSL, oggi rivendicano un ruolo propulsivo di fatto mai profuso.
D’altra parte il processo di integrazione europea fa sì che è sempre più difficile per le culture nazionali isolarsi, evitare la contaminazione con quelle degli altri Paesi membri dell’Unione. Non possiamo, cioè, più permetterci di mantenere un ordinamento obsoleto e di fatto ostativo alle pratiche partecipative, nel quale è addirittura vietata la presenza di dipendenti nel consiglio di sorveglianza quando l’impresa è governata secondo il modello duale (artt. 2409-octies a 2409-quaterdecies c.c.) e la partecipazione azionaria dei lavoratori al capitale dell’impresa non gode di alcun occhio di riguardo da parte del Fisco.
Convinto delle buone potenzialità dell’iniziativa, è mia intenzione presentare in Regione una proposta di legge che possa premiare, anche attraverso agevolazioni, ad esempio sull’IRAP, le realtà imprenditoriali che sperimentano nuovi modelli partecipativi.

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